Parole intraducibili

FERNWEH
Tedesco
~Sentire nostalgia per un luogo mai visitato~

Erano anni – anni – che volevano visitare quel luogo. Non ne avevano mai sentito parlare finché si trasferirono in Cina, ma la sua esistenza si era trasformata in un’ossessione. Un’ossessione irraggiungibile, tuttavia: nelle poche vacanze che avevano ogni anno, avevano sempre ricevuto qualche visita che preferiva conoscere Pechino o si erano ammalati o non ne avevano voglia o era uscito qualcosa più vicino o più economico o più.

Avevano letto tanto su quel posto, che già si immaginavano mentre camminavano tra le colline arancioni, bagnandosi nelle sue acque cristalline, godendo della gastronomia, facendo il (dis)amore nelle valli, nelle acque, tra i manicaretti.

Anche se l’aereo era più veloce e più economico, decisero di andare in auto: le trenta ore di guida promettevano esuberanze. E chi si credevano, loro, per dire di no alle esuberanze?

In realtà, quel viaggio si vestiva di rottura: erano Abramović e Ulay sulla Muraglia Cinese, ma molto meno stravaganti. Non avevano smesso di discutere negli ultimi mesi, e quel viaggio era ciò che mancava loro per sigillare la loro relazione, di cui tanto avevano letto e parlato e pianificato e sognato.

E addio.

Le prime quattordici ore passarono volando: godettero del paesaggio, dell’incessante trambusto nella bella spaziosità delle autostrade, delle parole che venivano alla bocca osservando targhe altrui, dei ricordi che venivano loro in mente per le canzoni alla radio. E senza né discutere né rinfacciare né insultare.

Ma non venivano più parole in mente con la targa dell’auto d’avanti. Avevano recuperato cento quarantasei parole dalle loro aree di Broca e Wernicke, e non avevano più da dove prenderne.

L’autostrada aveva venti corsie e l’ingorgo si estendeva per centoventi chilometri e i chilometri si stavano mangiando ottantacinque milioni di persone.

Mentre aspettavano che si dissolvesse l’ingorgo, parlarono dei propri sentimenti più profondi, dei loro pensieri più intimi, fecero migliaia di amici, condivisero storie, bave e altri fluidi, si riconciliarono, mangiarono manicaretti insospettati, impararono ad amare il dolce aroma del fumo, mulinarono incessantemente le ciglia. Non arrivarono mai a destinazione e decisero di non andarci mai: quei dodici giorni in auto furono le migliori vacanze della loro vita.

{Traduzione di Giuseppe Gallotta}

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Questo racconto si basa su una parola intraducibile
e forma parte del libro in spagnolo
Saudade, di Patricia Martín Rivas.

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